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Bianco di Titanio

Per LE RICETTE DI GIALLOLITARGIRIO: LA SCIENZA DEI PIGMENTI parleremo del bianco di titanio.

Il bianco di titanio grazie al suo alto potere coprente, atossicità, costo contenuto ed il fatto che sia inerte, ha surclassato gli altri pigmenti bianchi tradizionali. Le forme naturali del diossido di titanio (TiO2) sono rutilo, anatasio e brookite. Questo ultimo è un minerale piuttosto raro e non viene utilizzato per produrre il pigmento.

I bianchi di Ti sono presenti negli inchiostri, nei pastelli, nei dipinti ad olio, acrilico, lacca e acquerello. Vengono utilizzati anche come coloranti di ceramiche, cere, plastiche, carta.

La scoperta del Ti può essere ricondotta a W. Gregor nel 1791 ma il suo utilizzo come pigmento si ha solo nei primi anni del Novecento quando fu sviluppato il processo industriale di produzione di questo in Norvegia e USA. In Norvegia il diossido di Ti veniva prodotto mediante solfatazione e calcinazione dell’ilmenite (FeTiO3) (processo solfato).

Intorno al 1920 fu introdotto il processo basato sull’ossidazione in fase vapore del tetracloruro di Ti (processo cloruro). Attualmente circa 1/3 del pigmento viene prodotto dal processo cloruro e 2/3 da quello della solfatazione.

Esempi di utilizzo: Cachemire, olio su tela di John Singer Sargent; Franz Kline, Chief, 1950.

Identificazione: XRF, FORS, FTIR.

FONTI:

I pigmenti nell’arte, N. Bevilacqua,
La chimica nel restauro, Matteini Moles
Artists’ Pigments. A Handbook of Their History and Characteristics. N.S. Baer, A. Joel, L. Feller e N. Indictor.

Immagini

Cachemire, olio su tela di John Singer Sargent. Allentown Art Museum Of The Lehigh Valley

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